Body shaming a chi?
“i want to apologize to all the women i have called beautiful
before i’ve called them intelligent or brave
i am sorry i made it sound as though
something as simple as what you’re born with
is all you have to be proud of
when you have broken mountains with your wit
from now on i will say things like
you are resilient, or you are extraordinary
not because i don’t think you’re beautiful
but because i need you to know
you are more than that”
Rupi Kaur
Cresciuta in una provincia del Southern Italy, da sempre magra e senza forme, decine di zie, nonne, cugine e amiche di famiglia hanno recitato per anni la solita cantilena: "Mangia!". Per le più up to date, "se mangi, ti crescono le tette".
A quindici anni, la questione delle tette era piuttosto seria, con una prima scarsa e un sedere piatto - il corpo di una bambina - non avrei avuto nessuna chances con il ragazzino che mi piaceva. Ragazzino che, per inciso, ora non avrebbe nemmeno mezza possibilità con me, visto che, si sa, il karma è una cosa importante.
Comunque, dicevo, ero l'unica o quasi della mia classe senza culo e tette, un compito in classe di matematica che rasentava la perfezione e l'assoluta certezza di essere invisibile. Al più, visibile, ma totalmente sfigata.
C'è anche da aggiungere che a quindici anni, da buona ingenuotta, pensavo che a venticinque anni avrei avuto un fidanzato follemente innamorato di me, una laurea ed un lavoro. Ottimista, io.
Speravo anche in una taglia in più e in una chioma fluente di capelli perfetti, in perfetto stile Disney.
Ai miei tempi, nessuno parlava di body shaming, body positive e good vibes, ma, se ti andava bene, ti dicevano che eri magra.
Magra, come se servisse a qualcosa.
Nessuna Rupi Kaur mi ha ricordato che, prima della mia XS, io sono una persona, con un corpo, sì, ma un cervello e un cuore prima di tutto.
Che noi donne possiamo essere coraggiose, potenti, geniali, ironiche, intuitive, allegre, amorevoli, empatiche. Umane.
before i’ve called them intelligent or brave
i am sorry i made it sound as though
something as simple as what you’re born with
is all you have to be proud of
when you have broken mountains with your wit
from now on i will say things like
you are resilient, or you are extraordinary
not because i don’t think you’re beautiful
but because i need you to know
you are more than that”
Rupi Kaur
![]() |
| René Magritte |
Cresciuta in una provincia del Southern Italy, da sempre magra e senza forme, decine di zie, nonne, cugine e amiche di famiglia hanno recitato per anni la solita cantilena: "Mangia!". Per le più up to date, "se mangi, ti crescono le tette".
A quindici anni, la questione delle tette era piuttosto seria, con una prima scarsa e un sedere piatto - il corpo di una bambina - non avrei avuto nessuna chances con il ragazzino che mi piaceva. Ragazzino che, per inciso, ora non avrebbe nemmeno mezza possibilità con me, visto che, si sa, il karma è una cosa importante.
Comunque, dicevo, ero l'unica o quasi della mia classe senza culo e tette, un compito in classe di matematica che rasentava la perfezione e l'assoluta certezza di essere invisibile. Al più, visibile, ma totalmente sfigata.
C'è anche da aggiungere che a quindici anni, da buona ingenuotta, pensavo che a venticinque anni avrei avuto un fidanzato follemente innamorato di me, una laurea ed un lavoro. Ottimista, io.
Speravo anche in una taglia in più e in una chioma fluente di capelli perfetti, in perfetto stile Disney.
Ai miei tempi, nessuno parlava di body shaming, body positive e good vibes, ma, se ti andava bene, ti dicevano che eri magra.
Magra, come se servisse a qualcosa.
Nessuna Rupi Kaur mi ha ricordato che, prima della mia XS, io sono una persona, con un corpo, sì, ma un cervello e un cuore prima di tutto.
Che noi donne possiamo essere coraggiose, potenti, geniali, ironiche, intuitive, allegre, amorevoli, empatiche. Umane.
![]() |
| Le relazioni pericolose, René Magritte |
C'è una cosa che mi fa incazzare tanto, che mi fa imbestialire, ed è che nessuno ci dice a cosa serva veramente il nostro corpo.
Nessuno ci spiega che abbiamo gambe che possono portarci ovunque vogliamo e che non c'è filo di cellulite che possa impedircelo. Abbiamo piedi che possono calpestare le strade che noi stesse decidiamo di intraprendere, con un paio di Converse o con un paio di Jimmy Choo.
Possiamo correre, saltare, prendere un aereo e catapultarci dall'altra parte del mondo e conoscere una culture nuova, piena di colori e forme che non abbiamo mai visto.
Abbiamo una bocca che, prima che essere un paio di labbra sottili o carnose, ci permette di assaggiare tutto quello che ci va, che ci fa stare bene, ci permette di masticare una lingua sconosciuta, di esprime la nostra opinione, perché prima del nostro aspetto abbiamo un cervello, una volontà.
Abbiamo braccia per accogliere chiunque noi vogliamo, per legarci. Abbiamo mani per aiutare, per conoscere, per creare.
Nessuno ci ricorda che il nostro corpo, in realtà, è solo un mezzo, non un oggetto da mettere in vetrina ed osservare.
Sono stufa di sentirmi dire che se fossi più alta, più bella, più ordinata, più abbronzata, più formosa, più tonica, più cosa non si sa, allora potrei essere perfetta. Da guardare, zitta e ferma.
Non riesco proprio a comprendere perché nessuno si sforzi di spiegare che un corpo debba stare semplicemente bene per far sì che possiamo servircene per fare cose meravigliose, per vivere.
Perché non siamo l'ago sulla bilancia, la cellulite sul sedere, un seno troppo piccolo, la ricrescita della ceretta, le occhiaie profonde, i polpacci, le sopracciglia imperfette, siamo quello che sentiamo, che pensiamo, che amiamo. Siamo ogni sensazione nuova che accogliamo, siamo il nostro modo di reagire a quello che giorno per giorno la casualità degli eventi ci pone avanti, siamo le strade lunghe che percorriamo per raggiungere i nostri obiettivi. Siamo quel sentimento di empatia che ci permette di metterci nei panni del prossimo, la tenerezza che ci ammorbidisce quando qualcuno è sinceramente gentile con noi. Siamo quel momento in cui ci scrolliamo di dosso tutta la tristezza e ricominciamo, ci rimettiamo in gioco e cerchiamo di fare sempre meglio. E lo facciamo per noi.
Siamo tutte quelle decisioni coraggiose che abbiamo preso, contro tutto e contro tutti, mai contro noi stesse. Siamo tutte quelle volte in cui ci siamo ingegnate, ci siamo impegnate, siamo andate a letto stanche morte e soddisfatte.
Siamo tutte quelle volte in cui abbiamo riso a crepapelle con gli amici, che se non esistessero saremmo perse. Siamo i baci che abbiamo dato e le braccia in cui ci siamo perse, inevitabilmente e per fortuna. Siamo tutti i "no" che abbiamo detto, siamo i "sì" che, titubanti, abbiamo pronunciato.
![]() |
| 1925
Body shaming a chi?
|





Commenti
Posta un commento
Hai indossato il pigiama?